Sapienza University of Rome

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    1830 research outputs found

    I FONDI SOVRANI: nascita, evoluzione e strategie di investimento

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    L’obiettivo dell’intero progetto di ricerca, partendo dalla letteratura di riferimento, e’ quello di evidenziare nuovi elementi di interesse ”accademico” e, tramite appropriati approcci econometrici, indagare alcuni aspetti rilevanti che possono essere rintracciati nelle seguenti, e specifiche per ogni singolo capitolo, research questions: 1 -Il ruolo dei Sovereign Wealth Fund nel mutato scenario internazionale; 2- Quali sono le condizioni macroeconomiche che favoriscono la realizzazione di un Sovereign Wealth Fund?; 3- Partendo dalle scelte di localizzazione e dalla gestione settoriale del portafoglio e’ possibile giungere a una nuova classificazione dei Sovereign Wealth Fund?; 4- Gli investimenti dei Swf possono essere determinati da elementi di natura macroeconomica?Con l’obiettivo di rispondere alle precedenti research questions, la struttura della tesi e’ stata articolata in cinque parti. Nel secondo capitolo si sono passate in rassegna alcune informazioni di base sulla definizione e sulla classificazione dei Fondi Sovrani cercando di fornire un quadro particolarmente dettagliato della loro struttura operativa e delle modalita’ di investimento. Nel terzo capitolo, dopo una prima rassegna della principale letteratura di riferimento, l’attenzione e’ stata focalizzata sulle motivazioni alla base della realizzazione di un Sovereign Wealth Fund cercando di andare a individuare una serie di country factors che potrebbero spiegarne, o inibirne, la realizzazione. Il quarto capitolo, pur mantenendo una propria indipendenza, puo’ essere considerato come un’estensione del precedente. Riprendendo alcuni spunti accademici, relativi alla classificazione e all’organizzazione dei Swf, il perno della ricerca e’ stato incentrato sull’analisi delle operazioni di acquisizione e, grazie alla realizzazione di un apposito dataset, sull’individuazione di una nuova suddivisione di questi strumenti. L’ultimo capitolo, infine, sposta la propria attenzione sulle scelte d’investimento dei fondi. Nello specifico, a seguito della realizzazione di un dataset di informazioni sulle transazioni operate da questi strumenti tra il 2003 e il 2013, si sono andate a testare una serie di ipotesi per verificare la presenza di specifici elementi macroeconomici che rendono un paese maggiormente attrattivo o se i comportamenti di investimento possono modificarsi prendendo in considerazione alcune caratteristiche strutturali/operative dei fondi censiti. All’interno delle Conclusioni, infine, verranno sintetizzati i risultati ottenuti nei singoli capitoli, in funzione delle specifiche research questions precedentemente indicate, e saranno introdotti brevemente alcuni spunti per le ricerche future

    Polarizzazione e disuguaglianza. Una proposta basata sugli indici di Bonferroni e De Vergottini

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    Il lavoro presentato fornisce un contributo, teorico ed empirico, allo studio della “bipolarizzazione” dei redditi (o svuotamento della classe media). A partire dall'indice di bipolarizzazione di Wolfson, definito come una trasformazione della differenza tra componente della disuguaglianza between groups dell’indice di Gini (1914) e componente within groups, si propongono due nuovi indici di polarizzazione: Pb costruito a partire dall’indice di concentrazione di Bonferroni (1930) e Pv costruito sull’indice di De Vergottini (1950), verificandone le loro proprietà assiomatiche ed empiriche

    Individuazione di principi teorico-metodologici nel progetto sull'esistente a partire dall'analisi di due autori italiani a confronto

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    Trasparenza e alterità Il tentativo di combinare insieme le esigenze dell’edificio antico con quelle espresse da nuovi utenti e dettate da un nuovo tempo nella vita dell’esistente, è una condizione progettuale che è un ossimoro in se stessa. Il binomio antico-nuovo è l’assunto di partenza dal quale desumere in che modo peculiari approcci progettuali sviluppino le potenzialità di tale paradosso. Se intendiamo l’esistente come la “regola” a cui il progetto contemporaneo sceglie di attenersi, possiamo identificare con quest’ultimo una “eccezione” alla regola stessa, e analizzare in che grado di interferenza specifici metodi progettuali si pongano rispetto ad essa. L’ambizione alla trasparenza del nuovo in Massimo Carmassi e la posizione di “contrasto programmatico” di Guido Canali che definiamo alterità concorde, sono le due posizioni metodologiche di cui si intende trattare, in un continuo ed inevitabile rimando al concetto di ossimoro e alla combinazione di termini antitetici uniti allo scopo di individuare nuove armonie ed unità. In entrambi i casi, la tensione alla trasparenza del nuovo e l’alterità concorde vengono lette alla luce di una particolare concezione che i singoli autori sembrano avere del concetto di antico e di nuovo. Il valore dell’antico si può identificare con il senso della memoria: la centralità del tema della memoria in Carmassi è declinata come conservazione ed innesto; in Canali possiamo parlare di recupero della memoria, poiché viene utilizzato lo strumento della metafora e dell’allusione al precario per un inserimento apparentemente reversibile del nuovo che valorizzi la spazialità esistente definendo chiaramente i propri limiti di spazio e di senso. Il termine di paragone, o meglio la regola con cui si confrontano la trasparenza e l’alterità è un “non – nuovo” filtrato attraverso due specifiche visioni: per Carmassi questo coincide con la consistenza dell’esistente in ogni sua manifestazione materica che viene dunque conservata in una tensione all’originarietà, per Canali è piuttosto l’essenza dell’esistente, dunque lo spazio in primis, che egli individua e più o meno esplicitamente mette in luce. A questa lettura del valore dell’esistente, si associa la specifica e personale concezione di cosa si intenda per nuovo: letteralmente “ciò che inizia tra poco il suo corso”, il progetto del nuovo è legato all’idea di stratificazione. Canali intende il nuovo come uno strato visibile da inserire nell’esistente, ovvero un organismo autonomo di cui è evidente il confine ed il limite con l’antico. Carmassi intende il nuovo come adeguamento in totale aderenza con l’esistente fino a divenire trasparente rispetto ad esso, a cui aggiungere pochi elementi compositivi di attrezzatura dello spazio, esibiti per contrasto. Ambire alla trasparenza rispetto all’antico vuol dire contrastare la normale natura dell’esistente, soggetto a stratificazioni successive, limitando l’evidenza formale e spaziale dei nuovi strati aggiunti? dichiararsi coraggiosamente come eccezione contemporanea alla regola dell’antico, vuol dire allora assecondare e rendere giustizia al normale corso della vita dell’esistente, diventandone una nuova stratificazione? Il termine alterità porta con sé una sensazione di contrasto, di diversità, che associamo a questa seconda posizione di “coraggio progettuale” e che segnala senza dubbi la posizione netta che il nuovo in Canali assume rispetto all’antico. Alterità deriva da alter quanto il termine alterare ed il suo contrario è racchiuso del concetto di identità. Come può un approccio identificato da un termine in contrasto con il senso stesso della “consapevolezza di sè”, dunque della identità dell’antico, divenire concorde con esso? divenire un amplificazione del valore della memoria? Un elemento concorde è per definizione uno strumento di armonia, portatore di unanimità di intenti. L’accezione di concorde per l’alterità espressa da Canali, vedremo, risiede nell’autonomia che il progetto assume: l’inserimento di un organismo spazialmente e percettivamente autosufficiente, stabilisce con l’esistente un rapporto che potremmo definire “alla pari”, tanto da inventare in esso nuovi spazi, e riuscendo in questo modo a valorizza una identità inserendovene una nuova all’interno. L’alterità trae la sua forza dalla distinguibilità, che diviene stumento in positivo di messa in valore dell’antico. Al contrario, la trasparenza del primo step progettuale di Carmassi, ha la sua forza dell’idea di tensione all’annullamento parziale della visibilità del nuovo. Trasparire vuol dire apparire attraverso, ma per un primo layer progettuale dell’adeguamento, esso vuol dire non manifestarsi, integrarsi nella consistente dell’esistente. Se trasparente vuol dire anche interpretabile con facilità, troviamo in questo approccio progettuale un ulteriore paradosso, che si associa agli ossimori di partenza: la tensione a rendere invisibile il progetto di adeguamento a nuovi usi, si intreccia con una modifica ambigua dell’esistente, sfocando il limiti del nuovo. La trasparenza è però solo parziale, poichè ad essa si associa il secondo layer progettuale dell’innesto, la cui evidenza a contrasto conferisce al progetto, anche in questo caso come in Canali, una porzione di “nuova identità” chiaramente percepibile. La distinguibilità del nuovo, nella tensione alla trasparenza è selettiva, nell’alterità è una condizione di identità equivalenti a contrasto. Gli strumenti della trasparenza e dell’alterità sono di conseguenza ben distinti: in Canali c’è un maggiore uso di metafora e simbolo, si allude a precedenti usi, si allude alla precarietà del nuovo per alleggerirne l’impatto; in Carmassi il nuovo è soprattutto adeguamento e performance funzionale, perciò si intende una tensione alla trasparenza poiché l’intenzione è quella di dotare l’esistente di una presenza che sommessamente ne consenta l’uso, lasciando la sensazione di utilizzare un contenitore antico. In Canali il carattere autonomo del nuovo sembra predominante, tuttavia il contrasto esalta la distanza tra antico e nuovo; la tensione alla trasparenza in Carmassi nega una totale autonomia al nuovo, dunque la sua presenza appare più ingombrante poiché dipendente dal contenitore. Un gioco di doppi ossimori, dunque, ci conduce alla riflessione sulla sfida che il binomio antico-nuovo impone al progetto sull’esistente, alla luce di due posizioni progettuali distinte per metodo ma affini per intenzione, ovvero la messa in valore dell’esistente attraverso nuovi usi e nuove gerarchie spaziali, più o meno evidenti e dichiarate. L’ambito di ricerca La studio condotto ambisce ad aggiungere un tassello all’ampio campo di ricerca del tema del riuso e della rifunzionalizzazione. Al di là del Restauro, ma spesso a cavallo con esso, lo studio affronta il tema del progetto sull’esistente in virtù di un’intuizione: il progetto sull’esistente procede “caso per caso” per via delle eccezionalità insite in ogni specifica preesistenza, e forse proprio a causa di questa caratteristica, non è immediato ricondurre il progetto a dei temi-guida. Nel campo progettuale dell’intervento sull’esistente, non appare infatti sperimentata la definizione di linee di ricerca teorico-operative. Nell’ambito del riuso e della rifunzionalizzazione, si procede spesso ad analisi basate su categorie di esiti, e non su categorie di strategie a monte di tali esiti, o comunque non focalizzate a comprendere il perché di tali strategie. Nella dottrina del Restauro si sono avvicendate nel tempo varie strategie metodologiche, forti di un apparato teorico capace di indirizzare l’intervento. In relazione alla pratica del progetto sull’esistente in casi estranei al Restauro oppure in casi in cui si sorpassi il limite della sola valorizzazione conservativa, questo sforzo di sintesi sembra non essere stato compiuto. Si ritiene che l’individuazione di singoli strumenti operativi non sia sufficiente a guidare nella progettazione. Oltre gli specifici aspetti tecnici e tecnologici di adeguamento, ed i principi teorici di conservazione dell’esistente, occorre formulare dei temi-guida sintetici globali, ovvero degli indirizzi di senso per il progetto. Lo studio qui presentato tenta di rispondere a questa apparente assenza di linee di ricerca, individuandone due in particolare. Occorre inoltre precisare che, abbandonando una netta collocazione all’interno della dottrina del Restauro, lo studio si focalizza sul progetto inteso come rapporto tra due entità a confronto, il nuovo e l’esistente. In questa ottica ben più globale, l’eventuale vincolo storico-artistico è visto come uno stimolo progettuale per il nuovo al pari degli stimoli posti da nuove esigenze funzionali nel riuso di preesistenze non soggette a vincolo. Obiettivi e finalità A conclusione del percorso di studio condotto, l’obiettivo che inizialmente sembrava coincidere con la redazione di un manuale critico, appare invece quello di definire una guida alla progettazione possibile, nel confronto/scontro tra antico e nuovo. Nello specifico, si punta ad individuare due linee di ricerca possibili, da cui trarre spunto per una impostazione teorica-metodologica del progetto, e soprattutto per dare un indirizzo all’intervento concreto sull’esistente. A questo obiettivo, se ne affianca un altro più circoscritto – possiamo dire un sotto-tema - ma che deriva direttamente dalla scelta dei due autori presi in esame: il confronto, in parallelo, di due approcci progettuali simili per nascita ma diversi negli esiti, al fine di rendere chiare le differenze di due strategie egualmente didattiche. L’alterità concorde e l’ambizione alla trasparenza del nuovo sono due approcci progettuali applicabili al progetto sull’esistente: quali i limiti e quali le potenzialità di entrambi? Anche a questa domanda, lo studio presentato si propone di rispondere. Figure e argomenti trattati Come già esposto, la Tesi qui presentata è uno studio che parte dai progetti, per definire quale metodo e quale poetica ci siano a monte di essi, al fine di definire approcci progettuali possibili, nel rapporto conflittuale tra esistente e nuovo. A tale scopo è apparso utile affidarsi a degli “strumenti di comprensione” ovvero, in questo caso, a due autori assunti al ruolo di esponente chiave di tale particolare ambito progettuale. La scelta è ricaduta su due autori, Guido Canali e Massimo Carmassi, in virtù di alcune loro caratteristiche: una produzione architettonica nel campo dell’intervento sull’esistente messa alla prova su vari tipi di preesistenza, dal vincolo storico-artistico alla trasformazione di edilizia comune o industriale, dunque dotata di versatilità nell’applicazione del metodo; la coerenza nei mezzi espressivi e negli strumenti progettuali adottati; una apparentemente possibile trasmissibilità del metodo. Queste caratteristiche rendono i due autori didattici al fine di poter comprendere come si possa progettare l’esistente e con quali esiti. Sarà inoltre utile valutare i modi e la “scala” con cui il nuovo viene inserito nell’esistente, ovvero possiamo dire con quale predominanza e/o adattamento. In appendice alla parte iniziale del testo, vengono trattati anche due autori del passato, considerati dei Maestri nel tema dell’approccio all’esistente: Carlo Scarpa e Franco Albini. Indiscussi protagonisti del rapporto con l’esistente, sono anch’essi assunti come casi-studio utili a comprendere quanti strumenti si possono avere a disposizione nel progetto sull’antico. La lezione dei Maestri viene rintracciata nel metodo dei due autori analizzati. Per tale ragione un richiamo ad alcuni progetti simbolo e ad alcuni concetti chiave nel loro metodo è sembrata funzionale ad una più completa comprensione degli interventi di Guido Canali e di Massimo Carmassi. Il metodo di indagine Per estrarre le intenzioni teorico-metodologiche dai progetti, per ogni autore, si tenta una divisione tra gli aspetti del metodo e gli aspetti della poetica. Affidando alla poetica il ruolo di guida, potremmo dire, “inconscia” del progetto, che unifica gli strumenti in comuni intenti, ritroviamo nel metodo gli strumenti concreti del fare architettura. Pensando al binomio metodo-poetica come unità indissolubile e fulcro di ciò che definiamo linguaggio, non si intende rinunciare a nessuno dei due aspetti: sia il metodo che la poetica vengono analizzati e ricondotti a categorie componenti il progetto. Ogni elemento desunto da metodo e poetica viene verificato alla luce di tutte le esperienze progettuali prese in esame, al fine di comprendere se sia veramente parte integrante dell’approccio del singolo autore. La ricerca deve essere letta come una vera climax di approfondimento. Si parte dal reperimento e dall’analisi dei dati concreti, oggettivi, ovvero dai casi studio. Si desumono da questi i vari strumenti progettuali utilizzati, iniziando a visualizzare e definirne le potenzialità e le differenze di esito, nel costante confronto tra i due autori. A conclusione del percorso, si individuano dei temi globali a cui sembrano far capo gli elementi precedenti, e arriva alla conferma delle due linee di ricerca enunciate. La struttura del testo La Tesi è stata organizzata in quattro capitoli, secondo la suddetta analisi progressiva. Ad essi si associa una appendice, che presenta la medesima struttura di indagine, applicata alle figure di Carlo Scarpa e Franco Albini. Lo studio procede, sostanzialmente, secondo due passaggi successivi: l’analisi dei dati oggettivi e la sintesi critica degli esiti progettuali per ricondurli a principi di metodo e formulare le due linee di ricerca. Questa scansione ha suggerito la suddivisione del testo in due volumi distinti, opzione che si è rivelata utile a vari scopi. Isolare i casi studio in una sorta di piccola antologia sull’opera di Guido Canali e Massimo Carmassi, e dei Maestri con loro, vuole mettere in luce un aspetto del metodo di studio che ha avuto un ruolo chiave. Il contatto diretto con l’opera, il sopralluogo ed il confronto con le reali esigenze di gestione e manutenzione degli spazi, sono state esperienze che hanno fornito elementi indispensabili all’approfondimento dei progetti. Il primo volume racchiude tutto questo bagaglio di informazioni, frutto dell’integrazione dei dati tratti dalla letteratura esistente, i dati reperiti sul luogo ed il confronto con gli utenti e i gestori delle strutture. E’ una sorta di diario di viaggio, e può essere utilizzato per ripercorrere le visite alle opere, come guida. Oltre a questo aspetto, la suddivisione in due parti consente anche una lettura più agevole della sezione analitico-critica. Infatti, la prima parte fornisce i dati essenziali alla comprensione dei progetti, e la distinzione i due volumi consente di abbinare alla lettura dell’analisi, la costante consultazione dei dati di progetto. Anche la comprensione degli elaborati critici presenti nei due volumi è agevolata dalla loro costante lettura comparata. Il primo capitolo introduce le due figure e propone i progetti assunti a caso studio, secondo schede monotematiche. Segue il primo capitolo, l’appendice sui Maestri dell’approccio italiano all’esistente. Il richiamo a Carlo Scarpa e Franco Albini è condotto secondo la stessa strategia di analisi utilizzata per i due autori. Lo studio dei Maestri ha avuto certamente un ruolo formativo centrale per l’impostazione critica della Tesi, ed inoltre gli stessi autori analizzati citano Scarpa e Albini come punti di riferimento. La collocazione esterna alla struttura della Tesi, consente di non interrompere il percorso di riflessione, pur mantenendo la possibilità di compiere, preliminarmente all’analisi critica, tale sosta di approfondimento. E’ stata scartata anche una collocazione cronologica dei due Maestri, per evidenziare il fatto che la Tesi non traccia un excursus storico del progetto sull’esistente, dunque non è uno studio storico-critico, ma piuttosto una operazione di sintesi teorico-progettuale sull’opera di Canali e Carmassi e sulle potenzialità del progetto sull’esistente in genere. Il secondo capitolo tratta i progetti scelti in modo trasversale rispetto alle varie categorie di analisi che compongono l’asse critico della ricerca. I due autori vengono quindi letti in parallelo e, dove utile e possibile, in comparazione, al fine di analizzare le differenze di approccio e, nei punti di contatto, la differenza eventuale di esiti. In questa sezione, come vedremo, si estrapolano dai progetti i vari strumenti concreti di modifica dell’esistente. Il terzo capitolo presenta le fonti dirette dello studio, ovvero le interviste ai due autori in esame. Nella prima fase della ricerca, quando era ancora nelle intenzioni quella di compilare un manuale critico, l’intervista all’autore era stata collocata tra i primi passi da compiere nell’avvio dello studio. Dopo una prima ricognizione sui dati presenti nella letteratura e dopo i primi esiti critici della ricerca, si è preferito rimandare le interviste ad una fase di verifica o piuttosto di confronto delle conclusioni raggiunte. Per tale ragione il reperimento dei dati, grafici e fotografici, è stato condotto tramite ricerca bibliografica e sopralluogo diretto, affidando, appunto, alle interviste, il ruolo di confronto finale. Il quarto capitolo presenta il testo sintetico e conclusivo in cui si riassumono gli esiti critici dell’analisi dei due autori, attraverso la definizione dei temi compositivi centrali nel loro approccio. In questa fase, oltre a rivedere le due posizioni progettuali dell’assunto iniziale si fa il punto sulla più o meno effettiva trasmissibilità del metodo e sulla sua validità rispetto all’enunciato di partenza, in base a parametri di flessibilità e coerenza. La struttura dell’analisi critica La Ricerca propone, non una catalogazione di dati, ma una interpretazione secondo specifiche chiavi di lettura. Per tale ragione, come già detto, assume particolare rilievo la definizione di tali misure interpretative. L’approccio agli autori viene suddiviso secondo tre categorie di analisi: le tecniche progettuali, le soluzioni funzionali, ed infine, come sintesi critica, i temi compositivi. Le tre categorie si focalizzano, ovviamente, sugli aspetti direttamente connessi al rapporto tra antico e nuovo. Per tale ragione, in alcuni casi verranno tralasciati aspetti compositivi o strumenti tecnici i quali, seppur ricorrenti ed importanti nella produzione dell’autore, non rientrano negli aspetti utili a comprenderne l’approccio specifico nella gestione dell’intervento sulla preesistenza. Le tecniche progettuali sono gli strumenti concreti che ogni autore utilizza nel progetto, sono cioè le frecce che ogni autore sceglie di avere al proprio arco, nel momento in cui si trova a lavorare su una preesistenza. Il lavoro qui presentato si è prefisso l’obiettivo di desumere tali strumenti direttamente dai progetti, ovvero dal dato concreto, di nominarli quindi definirne il senso e lo scopo, graficizzarli quindi renderli rintracciabili nel progetto, e poi metterli a confronto con gli esiti, e con gli altri autori. Quella delle soluzioni funzionali è una categoria strettamente connessa alla precedente. Le soluzioni infatti sono, allo stesso modo, strumenti concreti, che però rispondono, non solo alle intenzioni di gestione del rapporto esistente-nuovo, ma in primo luogo alle aggiornate richieste funzionali espresse dalla nuova funzione o nuova gestione dell’edificio esistente. Le soluzioni funzionali sono spesso un sottoinsieme delle tecniche ed in alcuni casi, primo fra tutti quello rappresentato da Franco Albini, esprimono un vero e proprio tema compositivo. Per quanto riguarda i temi compositivi, su può dire che essi siano la parte dell’approccio progettuale di cui si riconosce una certa appartenenza all’ambito della poetica. Non direttamente individuabili in e tramite un dato di progetto, tali temi racchiudono le intenzioni e gli scopi degli autori. Il tema compositivo dovrebbe fornire una visione globale dell’intenzione messa in atto poi dalle tecniche. I temi compositivi hanno una minore caratteristica di trasversalità nei due autori, poichè sono i caratteri che più si avvicinano alla definizione del linguaggio personale. Vedremo come i temi compositivi potranno riassumere e sintetizzare gli aspetti concreti del progetto, conducendo all’enunciazione delle due linee di ricerca e alle valutazioni conclusive. Le tre categorie sono ovviamente interconnesse tra loro, ed alcuni aspetti progettuali sono difficilmente confinabili in una sola delle tre. Nonostante ciò, alla prima verifica della validità della scansione in categorie operata sui Maestri, la suddivisione appare funzionale all’adempimento di uno dei principali obiettivi della Tesi: analizzare approcci progettuali rendendoli trasmissibili, quindi strumento utile a guidare la progettazione. La suddivisione dei progetti in tecniche e soluzioni funzionali appare la strada migliore per rendere i metodi trasmissibili e utili alla progettazione. In questo senso, sarà opportuno guardare alla suddivisione in categorie non come classificazione assoluta ma come una necessaria parcellizzazione e semplificazione del problema analitico-critico posto. L’apparato iconografico L’apparato iconografico gioca un ruolo predominante nella struttura della Tesi. Si compone di due elementi: materiale fotografico ed elaborazioni grafiche. Lo studio procede dai progetti verso una estrapolazione di temi e metodi. Per tale ragione, la graficizzazione di queste analisi ed il supporto fornito ad essa da materiale fotografico originale, rappresenta uno dei principali focus della Tesi. Come confermano anche le scelte di layout, si può affermare che il rapporto tra il dato-testo ed il dato-grafico/fotografico sia di totale equivalenza p

    TRAUMA TORACICO

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    Pensare costruendo. Il cantiere come fase di concepimento dell'architettura tra auspici progettuali e incidenti di percorso

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    Antefatto Come architetti si è portati a trarre insegnamento non solo dall'opera ma anche dall'operare di quegli autori che eleggiamo a nostri maestri e che evochiamo allorquando, chiamati al compito costruttivo, cerchiamo appiglio e supporto per il nostro lavoro. Nel volgere l’interesse contemporaneamente verso prodotto e produzione, la ricerca esprime la necessità di comprendere insieme il cosa fare e il come farlo: di indagare l’architettura nel suo manifestarsi come forma compiuta- mediante l’analisi delle articolazioni compositive, delle connotazioni linguistiche- e di conoscere il lavoro dell’architetto che emerge a partire dalle procedure di cui si serve per configurare la realtà costruita. Di comprendere dunque non solo il lavoro dell’autore- l’opera- ma anche il lavoro del lavoro poiché questo costituisce, a nostro avviso, un aspetto imprescindibile al fine di una conoscenza feconda dell’architettura. Considerazione preliminare Spesso accade, nel tentativo di valutare alcune opere di architettura contemporanea, di constatare che a disegni tanto gratificanti corrispondano realizzazioni deludenti. Per altre opere sarebbe possibile rilevare una condizione opposta e contraria: seppur dotati di grande espressività, dettagliati, opportunamente integrati da scrupolose descrizioni alcuni disegni, che di quelle opere rappresentano caratteri e fattezze, risultino inadeguati al fine di restituire con efficacia e completezza d’informazione la ricchezza dello spazio costruito. Una delle ragioni dello scarto tra la forma disegnata e quella costruita può, a nostro parere, essere ricercata nel lavoro introdotto durante la fase esecutiva, in quello straordinario investimento progettuale profuso in corso d’opera di cui tanta architettura è intrisa. A quel lavoro si riferisce lo studio che segue. L’assunto Collocandosi nell'ambito teorico delle ricerche sulle relazioni tra progetto e costruzione, l’indagine che qui si presenta focalizza un preciso aspetto di questo rapporto: quello relativo al momento del passaggio dalla forma “pensata e disegnata” alla forma “costruita”, un tempo questo durante il quale l’intenzione progettuale si confronta- a volte urta- con le costrizioni connesse al farsi dell’opera. La fase di transizione dall'ideazione all'esecuzione espone l’opera ad eventi cruciali e circostanze imprevedibili: siano queste mosse da una decisione sopraggiunta a cantiere aperto, da un pentimento dell’ultima ora (cause interne al processo di indagine) oppure provocate da un inatteso incidente (agente inintenzionale), possono alterare il disegno che l’ha originata o inflettere le traiettorie di sviluppo del piano iniziale. Prendendo avvio dalla constatazione che alcuni inattesi accadimenti possano costituire motivo di arricchimento per l’opera che li accoglie- che sappia interpretarli come occasioni per interrogare ancora i progetti e dar loro nuove risonanze- la ricerca propone una riflessione sul tema del progetto che, spostandosi dal tavolo da disegno al cantiere, trova le traiettorie del proprio sviluppo, sperimentando, tra invenzioni, approssimazioni e adattamenti, aggiustamenti, la propria definizione ultima. Assumendo poi l’idea che l’operare costruttivo si configuri come un momento integrante e indissolubile per la costituzione di un’opera, la ricerca si costruisce intorno alla necessità di conoscere le modalità attraverso cui si esprime il lavoro in cantiere e dunque di comprendere l’intricata rete di relazioni che lega l’opera all'operare del progettista. L’operare costruttivo Facendo riferimento al lavoro calato nella dialettica aperta dei materiali, dei tempi e delle tecniche di realizzazione, l’operare costruttivo trova espressione all'interno del tracciato in progressione del fare, configurandosi come un lavoro teoretico ed empirico al tempo stesso che, alla logica combinatoria delle relazioni astratte, all'attento calcolo dei pesi, delle spinte e delle misure, affianca le impressioni apprese sui luoghi di esecuzione dell’architettura, apprendimenti che innervano e alimentano il tessuto e la trama dell’opera. Ambito dell'indagine Se il campo delle relazioni tra progetto e costruzione non può certo dirsi inesplorato, il tema dell’operare costruttivo appare invece poco dibattuto dalla critica d’architettura. Così, non potendo avvalersi di una letteratura consolidata di riferimento, la ricerca ha attinto alle testimonianze degli autori chiamati in causa dall'indagine. Il corpus dei materiali oggetto di studio è costituito da una raccolta di contributi che, senza mediazione da parte di critici, lasciano la parola direttamente ai progettisti: attraverso riflessioni, dichiarazioni e racconti, Juan Navarro Baldeweg, Giacomo Borella, Flores & Prats, Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, Adolf Loos, Enric Miralles, Le Corbuiser, Renzo Piano, Stefano Pujatti, Umberto Riva, Carlo Scarpa, Alvaro Siza, Bruno Vaerini, Francesco Venezia, Peter Zumthor descrivono alcune loro opere- e più in generale il proprio lavoro- fornendo il punto di vista di chi è direttamente coinvolto nel processo di produzione dell’architettura. Una prospettiva insolita quella che vuole offrirsi al lettore, a cui viene chiesto di rileggere alcune opere- la cui conoscenza è ampiamente diffusa e consolidata- ma da una posizione orientata alla comprensione dell'intero processo di costruzione, nell'intento di dimostrare come l’operare espresso nel farsi dell’architettura possa essere considerato esso stesso opera. A partire da questo dato si è scelto di accompagnare i contributi con materiale grafico e fotografico, illustrativo dell’intero percorso progettuale: dai primi schizzi ai disegni esecutivi, comprendendo anche i momenti intermedi di esecuzione dell’opera. Struttura dell’argomentazione Con l’intento di restituire compiutamente le diverse implicazioni connesse al tema indagato secondo un quadro sistematico ma al tempo stesso aperto alla possibilità di recepire altri contenuti e inedite chiavi interpretative, la selezione dei contributi viene ordinata secondo quattro itinerari d’indagine. Riferiti al carattere delle procedure che il progetto attiva per orientarsi tra gli ostacoli- per inventarsi a partire dall'accidente e dall'errore, per adattarsi alle contingenze specifiche dei luoghi e delle occasioni- gli itinerari considerano un campo di azioni che si estende dalla programmatica pianificazione di un processo che prende avvio dal disegno per poi svilupparsi in cantiere alla risposta immediata concertata direttamente con le maestranze sui luoghi di esecuzione dell’opera. Pur delimitando confini imprecisi e sfocati- le procedure che si è tentato di descrivere non si fondano sull'attivazione esclusiva di una strategia progettuale né si avvalgono specificatamente di strumenti operativi ma ne coinvolgono simultaneamente più d’uno tra questi- la perimetrazione degli itinerari ha reso possibile un primo avvicinamento al tema indagato, consentendo l’individuazione di chiavi di lettura utili alla comprensione di un lavoro che, seppur troppo spesso trascurato, rivela specifici orientamenti progettuali e operativi. Obiettivi e prospettive Se oggi sempre maggiore appare la distanza tra teoria e prassi, soprattutto nel contesto delle grandi scale di intervento- dove la complessità di gestione che queste comportano sono tali da richiedere il contributo congiunto di équipe di tecnici e di figure specialistiche per la gestione dei diversi momenti del processo di costituzione dell’architettura- le scale minori o gli interventi sull'esistente possono essere assunti quali ambiti privilegiati per una ricerca progettuale che, alle modalità della prefigurazione affianca procedure basate sull'esperienza condotta in cantiere e dunque sulla partecipazione attiva del progettista alle fasi esecutive. In questi casi ancora oggi la fase del progetto e quella della direzione del lavoro in cantiere sono molto spesso appannaggio della stessa figura che, proprio in virtù della maggiore vicinanza alla materia (dimensione primaria nel progetto di piccola scala e in quello sull'esistente) potrà dirsi al contempo del tecnico e dell’artista. Ma se, fino al recente passato, il tema della costruzione ha costituito insieme motivo di interesse teorico e preoccupazione progettuale, sembra oggi particolarmente trascurata la relazione tra pensiero progettuale e operare costruttivo che vada oltre i tecnicismi propri delle discipline specialistiche. Riteniamo invece che la necessità di discutere tale rapporto non sia venuta meno: il problema sembra, a nostro avviso, quello di elaborare un’idea di progetto d’architettura che, pur non negando valore alla specializzazione, guardi al superamento di logiche disciplinari che rischiano di essere miopi di fronte alla complessità degli aspetti formativi dell’architettura.A tal fine lo studio che segue tenta di fornire elementi utili all'affinamento di una teoria dell’Architettura che consideri l'operare costruttivo una parte integrante e indissolubile del processo di costituzione del progetto

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    Il Premium Risk nei Modelli di Pricing

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    Inserita nello sfondo di uno dei temi classici delle scienze attuariali, quale quello di prezzare un rischio, la tesi si propone di indagare, alla luce degli orientamenti più attuali, la quantificazione e la stima economica dell’errore eventuale dovuto alle scelte di un valutatore. Relativamente al solo Rischio di Tariffazione previsto dalla Direttiva Solvency II, la tesi si propone di determinare un requisito di capitale per tale rischio a partire dai Modelli di Pricing utilizzati dalle Compagnie di assicurazioni autorizzate all'esercizio dei Rami Danni. Sebbene il Modello Lineare Generalizzato (GLM) sia riconosciuto come la best practise del mercato assicurativo internazionale, la tesi propone e confronta tale approccio con un Modello Additivo Generalizzato (GAM) ed un Modello Lineare Misto Generalizzato (GLMM). Discostandosi da quanto suggerito in altri modelli interni noti nella letteratura nazionale ed internazionale e relativi al Premium Risk, la soluzione presentata in tesi, pur basata su un approccio collettivo di teoria del rischio (nell’ipotesi che il DaU_1yr segua un processo di Poisson Composto), si fonda su una stima puntuale di tale costo, diversificata tra Nuovi Affari e Potenziali Rinnovi, in coerenza con le simulazioni svolte dall’Attuariato sui futuri profili di rischio sottoscritti dalla Compagnia

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