Rivista Internazionale di Filosofia e Psicologia (Università degli Studi di Bari)
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    467 research outputs found

    The frame problem: Relevance, emotion, and degrees of epistemic success

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    Abstract: In recent decades, the relationship between Artificial Intelligence and the Epistemology of Emotions has grown in three main ways: through the development of these concepts, their critical evaluation, and the adoption of their findings and perspectives. This paper focuses on the relationship between different theoretical perspectives on emotions and their potential to address a key issue in Artificial Intelligence: the frame problem, which questions the simulation of cognitive processes involved in determining relevance. In addition to the relatively scarce research focussed specifically on this relationship, most existing studies lack clarity in defining which aspect of the frame problem they are addressing. The aim of this paper is to examine the limits and scope of the epistemic function of salience/relevance of emotions in tackling the two main challenges of the efficient aspect of the frame problem. We argue that some epistemological positions are effective in overcoming both the difficulty of regression and the challenges of the vastness of information, while others address only the latter. These divergences show that advances in the epistemological understanding of emotions can have a direct practical application in the advancement of Artificial Intelligence, since they collaborate, through different epistemic degrees, to simulating cognitive processes involved in determining relevance.Keywords: Frame Problem; Relevance; Salience of Emotions; Degrees of Epistemic Success Il problema del frame: Rilevanza, emozioni e livelli di successo epistemico Riassunto: Negli uktimi decenni la relazione tra Intelligenza Artificiale ed Epistemologia delle Emozioni si è intensificata seguendo principalmente tre vie: lo sviluppo di questi concetti, il loro vaglio critico e l’adozione dei loro risultati e prospettive. Il presente articolo si concentra sulla relazione tra l’adozione di differenti prospettive teoriche sulle emozioni e la risoluzione di una questione chiave nell’ambito dell’Intelligenza Artificiale: il problema del frame, che riguarda la simulazione dei processi cognitivi implicati nella determinazione della rilevanza. Oltre alla relativa scarsità di ricerche che si focalizzano in particolare su questa relazione, la maggior parte di questi studi manca di chiarezza nel definire quale degli aspetti del problema del frame venga esplorato. L’obiettivo di questo lavoro è analizzare i limiti e la portata della funzione epistemica della salienza/rilevanza delle emozioni nella risoluzione delle due principali difficoltà dell’aspetto efficiente del problema del frame. Sosteniamo che alcune posizioni epistemologiche coincidono nel superare sia la difficoltà della regressione sia quella della vastità dell’informazione, mentre altre riescono solo nella seconda. Queste divergenze mostrano che vi sono progressi nelle prospettive teoriche epistemologiche delle emozioni che possono avere un utilizzo pratico diretto nello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, poiché esse contribuiscono, con differenti gradi epistemici, alla simulazione dei processi cognitivi implicati nella determinazione della rilevanza.Parole chiave: Frame Problem; Rilevanza; Salienza delle emozioni; Livelli di successo epistemic

    Stories come first. The origins of human communication from a naturalised perspective of language

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    Abstract: Within the framework of cognitive science, a naturalised model of language must pass the test of both cognitive and evolutionary plausibility. Underlying this paper is the idea that the theme of the origins of language is the litmus test through which the cognitive and evolutionary plausibility of a model of language, and thus its possibility of naturalisation, can be assessed. Specifically, in this paper, two models of language are examined. The first, focused on the propositional character of thought, is the basis of a conception of language founded on the primacy of the sentence and on the computational architectures used to process the sentence; the second, centred on the narrative foundation of thought, is the basis of a conception of language that sees in discourse and in the computational systems that process the plot and character of stories the constitutive trait of human communication. From the point of view of the topic of origins, the result of the analysis of the first model is negative, since the reference to sentence syntax does not turn out to be the feature of language from which to describe the starting point of human communication. The narrative model of the origin of language, on the contrary, offers a perspective of origins in line with both cognitive and evolutionary plausibility. The latter model, therefore, appears to be congruent with a naturalised perspective of human language.Keywords: Language and Thought; Narrative; Origin of Language; Pantomime; Storytelling Le storie vengono prima. Le origini della comunicazione umana in una prospettiva naturalizzata del linguaggioRiassunto: Nell’ambito della scienza cognitiva, un modello naturalizzato di linguaggio deve superare sia il test della plausibilità cognitiva sia il test di quella evolutiva. Alla base di questo articolo è l’idea che il tema delle origini del linguaggio sia la cartina al tornasole attraverso cui valutare la plausibilità cognitiva ed evolutiva di un modello di linguaggio e, quindi, la sua possibilità di naturalizzazione. In questo articolo vengono esaminati due diversi modelli teorici. Il primo, incentrato sul carattere proposizionale del pensiero, è alla base di una concezione del linguaggio fondata sul primato della frase e sulle architetture computazionali utilizzate per elaborare la frase; il secondo, incentrato sul fondamento narrativo del pensiero, è alla base di una concezione del linguaggio che vede nel discorso e nei sistemi computazionali che elaborano la trama e il personaggio delle storie il tratto costitutivo della comunicazione umana. Dal punto di vista del tema delle origini, il risultato dell’analisi del primo modello è negativo, poiché il riferimento alla sintassi della frase non risulta essere la caratteristica del linguaggio da cui partire per descrivere le fasi iniziali della comunicazione umana. Il modello narrativo, al contrario, offre una prospettiva delle origini del linguaggio in linea con la plausibilità sia cognitiva che evolutiva. Solo quest’ultimo modello, dunque, sembra essere congruente con una prospettiva naturalizzata del linguaggio umano.Parole chiave: Linguaggio e pensiero; Narrazione; Origine del linguaggio; Pantomima; Storytellin

    Recensione di A. Aloisi, La potenza della distrazione

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    Conflitto e insufficienza a partire da Ehrenberg. L’etica dinanzi alle odierne “patologie della libertà”

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    Riassunto: In questo scritto affrontiamo la riflessione del sociologo francese Alain Ehrenberg sul tema della soggettività e della depressione, nel passaggio dalla modernità alla postmodernità. Questo al fine di estrapolare una considerazione più generale sul cambiamento di concezione dell’individuo e sulle sue difficoltà attuali nell’affrontare una nuova istituzione di sé che parte dall’acquisita libertà e ricade nelle patologie della stessa, appunto le “patologie della libertà”. La nostra analisi prende le mosse dal libro di Ehrenberg La fatica di essere se stessi. Depressione e società, dove la depressione svolge la funzione di piattaforma girevole che consente all’autore di affrontare le progressive modificazioni della soggettività nel corso della storia recente, quantomeno nelle società avanzate occidentali. In particolare, recupereremo la distinzione tra il paradigma janetiano dell’insufficienza e quello freudiano del conflitto, evidenziando come il primo si riveli maggiormente rappresentativo dell’individuo nella postmodernità, rispetto al secondo che ha caratterizzato la modernità. Una volta definito questo mutamento nel rapporto soggetto-malattia, nell’idea di guarigione e nella relazione con la società, giungeremo a vedere la depressione come quella malattia identitaria cronica propria della postmodernità, cui corrisponde il contraltare patologico della dipendenza. In accordo a questa caratterizzazione duplice del soggetto postmoderno, mai abbastanza se stesso e compulsivamente legato ad altro, affronteremo infine la questione di una nuova concezione dell’etica che corrisponda alla necessità individuale di non basarsi più sui doveri e sulle costrizioni ma sull’iniziativa e la libertà, senza potersi però completamente estraniare dal piano sociale (e naturale), pena la perdita del mondo e l’ulteriore caduta nel binomio depressione-dipendenza.Parole chiave: Conflitto; Insufficienza; Patologie della libertà; Depressione; Dipendenza Conflict and insufficiency starting with Ehrenberg. Ethics in the face of today’s “Pathologies of freedom”Abstract: In this paper, we address the reflection of the French sociologist Alain Ehrenberg on the theme of subjectivity and depression in the transition from modernity to postmodernity. Our goal is to extrapolate a broader consideration on the changing conception of the individual and their current difficulties in shaping a new selfhood – one that begins with newly acquired freedom and results in its own pathologies, precisely the “pathologies of freedom”. Our analysis begins with Ehrenberg’s book The weariness of the self: Diagnosing the history of depression in the contemporary age, where depression plays the role of a revolving platform that allows the author to address the progressive modifications of subjectivity in the course of recent history, at least in advanced Western societies. In particular, we revisit the distinction between the Janetian paradigm of insufficiency and the Freudian one of conflict, highlighting how the former proves to be more representative of the individual in postmodernity, compared to the latter, which characterized modernity. Once this shift is defined – in the subject-illness relationship, in the idea of healing, and in the relationship with society –we come to see depression as that chronic identity illness typical of postmodernity, corresponding to the pathological counterpart of addiction. In line with this dual characterization of the postmodern subject, never enough in themself and compulsively tied to something else, we will finally address the issue of a new conception of ethics. This new ethics must respond to the individual need to base their identity not on duties and constraints, but on initiative and freedom, without, however, becoming entirely detached from the social (and natural) realm, at the risk of losing one’s place in the world and further falling into the depression-addiction binomial.Keywords: Conflict; Insufficiency; Pathologies of Freedom; Depression; Addictio

    The triggering factor of the origin of language. Stories come first, replies to Arbib, Benítez-Burraco, Delfitto, Romano, and Sibierska & Wacewicz

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    Abstract: This article responds to the comments and criticisms raised in relation to my previous work “Stories come first. The origins of human communication from a naturalized perspective of language”. The feedback can be broadly divided into “internal” criticisms, offered by scholars who share many of the underlying assumptions of my model, and “external” criticisms, advanced by those who reject its premises. Internal critiques largely emphasize that while narrative plays a crucial role in language, it should not overshadow other constitutive aspects of linguistic competence. I acknowledge the view of language as a mosaic of properties but argue that such a perspective risks conflating the study of language evolution with that of its origins. My focus remains on identifying the triggering factor of language, which I contend is the narrative function, rooted in persuasion rather than information. External critiques instead reject narrative as the origin of language, privileging sentence-level syntax as the defining feature of linguistic capacity. Against this view, I maintain that discourse structures logically and temporally precede sentence syntax, with grammar emerging secondarily to strengthen narrative efficacy. By distinguishing between internal and external criticisms, this article clarifies the theoretical implications of my model and situates narration as the most plausible starting point for understanding the origins of human communication.Keywords: Narrative; Persuasion; Origins of Language; Pantomime; Narrative Brain Il fattore di innesco dell’origine del linguaggio. Le storie vengono prima, risposta a Arbib, Benítez-Burraco, Delfitto, Romano e Sibierska Wacewicz Riassunto: Questo articolo risponde ai commenti e alle critiche rivolte al mio precedente lavoro “Stories come first. The origins of human communication from a naturalized perspective of language”. I contributi possono essere distinti in critiche “interne”, formulate da studiosi che condividono molte delle ipotesi di fondo del mio modello, e critiche “esterne”, avanzate da coloro che ne rifiutano i presupposti. Le critiche interne sottolineano in particolare che, sebbene la narrazione svolga un ruolo cruciale nel linguaggio, essa non dovrebbe oscurare altri aspetti costitutivi della competenza linguistica. Riconosco la validità della concezione del linguaggio come mosaico di proprietà, ma sostengo che tale prospettiva rischi di confondere lo studio dell’evoluzione del linguaggio con quello delle sue origini. Il mio obiettivo resta l’individuazione del fattore scatenante del linguaggio, che identifico nella funzione narrativa, radicata nella persuasione più che nell’informazione. Le critiche esterne, invece, rifiutano la narrazione come origine del linguaggio e privilegiano la sintassi della frase come carattere distintivo della capacità linguistica. A questa posizione oppongo l’idea che le strutture discorsive precedano logicamente e temporalmente la sintassi della frase, con la grammatica che emerge solo in seguito per rafforzare l’efficacia persuasiva della narrazione. Distinguendo tra critiche interne ed esterne, questo articolo chiarisce le implicazioni teoriche del mio modello e colloca la narrazione come punto di partenza più plausibile per comprendere le origini della comunicazione umana.Parole chiave: Narrazione; Persuasione; Origini del linguaggio; Pantomima; Cervello narrativ

    Ways of mind-extending. A map to navigate the extended mind

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    Abstract: In the contemporary debate in philosophy of mind a major problem has recently emerged about the nature of cognition: do we think just by means of our brain or, rather, our cognition extends outside of the skull? If so, what would “cognition” be? This article aims to focus on this question and to offer a map of the main positions about the Extended Mind Thesis. It firstly offers an introduction to the central problem and a crit-ical analysis of the “first-wave” arguments, based on the functional parity principle. Then, the article focuses on the “second-wave” arguments, based on complementarity and integration of cognitive resources. Finally, the article focuses on the “third-wave” arguments, that is, the most recent developments of this debate towards a social dimension of mind and cognition.Keywords: Extended Mind; Cognitive Integration; Situated Cognition; Collective Mind; Scaffolded Mind Modi di estendere la mente. Una mappa per orientarsi nella mente estesa.Riassunto: Nel dibattito contemporaneo in filosofia della mente è recentemente emersa una questione di un certo rilievo a proposito della natura della cognizione: pensiamo solo con il cervello o, piuttosto, la nostra cognizione si estende al di fuori dei limiti cranici? Se così fosse, cosa sarebbe la “cognizione”? Lo scopo di questo articolo è mettere a fuoco questa domanda e offrire una mappa delle principali posizioni sulla Tesi della Mente Estesa. Si offre in primo luogo un’introduzione al problema centrale e un’analisi critica degli argomenti della cosiddetta “prima ondata”, basati sul principio di parità funzionale. Poi, l’articolo si focalizza sugli argomenti della “seconda ondata”, basati sulla complementarità e sull’integrazione delle risorse cognitive. Infine, l’articolo si focalizza sugli argomenti della “terza ondata”, cioè, gli sviluppi più recenti di questo dibattito verso una dimensione sociale della mente e della cognizione.Parole chiave: Mente estesa; Integrazione cognitiva; Cognizione situata; Mente collettiva; Scaffolded min

    La società dell’ansia. Un’indagine fenomenologica tra legami, senso e tecnica

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    Riassunto: Il presente contributo offre una rilettura critica del saggio La società dell’ansia di Vincenzo Costa, alla luce della tradizione fenomenologica classica e contemporanea. L’analisi si sofferma sul nesso tra l’erosione dei legami affettivi, la perdita di orientamento simbolico e la crescente tecnicizzazione della vita quotidiana, con particolare attenzione alle dinamiche intersoggettive mediate dalle tecnologie digitali. Dopo aver ricostruito l’impianto teorico offerto dall’autore, il saggio discute una serie di obiezioni fenomenologiche e psicologiche alla sua interpretazione riguardo all’ansia intesa come cifra strutturale del presente. In conclusione, si propone una fenomenologia dell’ansia intesa anche come fenomenologia della resistenza, ossia capace di interrogare le nuove forme dell’abitare umano in un mondo sempre più precario, disincarnato e algoritmico.Parole chiave: Ansia; Fenomenologia; Legami; Tecnica; Intelligenza artificiale; Intercorporeità; Post-pandemia The society of anxiety. A phenomenological inquiry on human relations, sense, and technologyAbstract: The present paper presents a critical reinterpretation of Vincenzo Costa’s La società dell’ansia in the light of both classical and contemporary phenomenology. The analysis focuses on the interplay between the erosion of affective bonds, the loss of symbolic orientation, and the increasing technicization of everyday life, with particular attention to the intersubjective dynamics shaped by digital technologies. After reconstructing Costa’s theoretical framework, the essay addresses several phenomenological and psychological objections to his reading of anxiety as a structural feature of the present age. In conclusion, it proposes a phenomenology of anxiety as a form of resistance, aiming to understand the changing modalities of human dwelling in an increasingly artificial, disembodied, and algorithmically governed world.Keywords: Anxiety; Phenomenology; Bonds; Technology; Artificial Intelligence; Intercorporeity; Post-pandemic

    Stories come together with the cognitive and behavioral innovations needed for human communication

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    Abstract: It is quite possible that early human attempts at communication were primarily aimed at telling stories to others. Nonetheless, such an ability, at least in its full-fledged, modern form, seems unlikely without certain key cognitive innovations. In particular, it requires, enhanced cross-modal thinking, which allows for the creation of concepts, characters, and scenarios (and ultimately, plots) that are only indirectly related to the real world. Additionally, storytelling flourishes in (and depends on) a rich social environment, which might have been absent in previous, more aggressive hominin species. Overall, it may be more accurate to suggest that the ability for storytelling evolved gradually, as a result of a complex feedback loop between our increasingly sophisticated cognition and our increasingly prosocial behaviour.Keywords: Stories; Cross-modal Thought; Prosocial Behaviour; Self-domestication; Feed-back Loop Effects Le storie vanno di par passo con le innovazioni cognitive e comportamentali necessarie per la comunicazione umanaRiassunto: È del tutto plausibile che gli esseri umani abbiano iniziato molto presto a comunicare per raccontare storie agli altri. E tuttavia questa capacità – quantomeno nella sua forma moderna e pienamente sviluppata – sembra non essere possibile senza alcune fondamentali innovazioni cognitive, in particolare un pensiero cross-modale avanzato, che consente di creare concetti, personaggi e scenari (e, in ultima analisi, trame) collegati solo indirettamente al mondo reale. Questa capacità, inoltre, richiede un ambiente sociale ricco, che potrebbe essere stato assente in precedenti specie di ominidi più aggressive. Nel complesso, potrebbe essere più accurato suggerire che la capacità di raccontare storie si sia evoluta gradualmente come risultato di un complesso ciclo di retroazione tra la nostra cognizione avanzata e il nostro notevole comportamento prosociale.Parole chiave: Storie; Pensiero cross-modale; Comportamento prosociale; Auto-addomesticazione; Effetti di retroazione circolar

    Book-review of N. Humphrey, Sentience: The invention of consciousness

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    Stories may come first, but they don't come alone

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    Abstract: I critically engage with Francesco Ferretti’s hypothesis that narratives are the primary evolutionary driver of human language. Ferretti argues that language evolved from gestural storytelling used for persuasion, positioning narrative as prior to and independent of propositional structures. While I acknowledge the merits of this approach and its contrast with the Chomskyan model, I question the theoretical clarity of the concept of “narrative” and its supposed universal persuasive function. I also doubt that pantomimed stories could have played such a central evolutionary role. Instead, I propose a “mosaic” view of language evolution, in which multiple interacting factors – cognitive, social, and biological – contributed gradually and non-linearly to the emergence of language. I conclude that Ferretti’s narrative-centred model, though suggestive, is overly reductive and underestimates the complex, multifactorial nature of language development.Keywords: Narrative; Language Evolution; Persuasion; Mosaic Model; Cognitive Development Le narrazioni possono venire per prime, ma non da soleRiassunto: In questo breve commento analizzo criticamente l’ipotesi di Francesco Ferretti secondo cui la narrazione sarebbe stata il principale motore evolutivo del linguaggio umano. Ferretti sostiene che il linguaggio ha origine da storie gestuali a scopo persuasivo, attribuendo alla narrazione un ruolo originario e autonomo rispetto alle strutture proposizionali. Pur apprezzando il distacco dal modello chomskiano, sollevo dubbi sulla chiarezza teorica della nozione di “narrazione” e sulla sua presunta funzione persuasiva universale. Contesto inoltre l’efficacia evolutiva attribuita alla pantomima. In alternativa, propongo una visione “mosaicista” dell’evoluzione del linguaggio, secondo cui il linguaggio è un fenomeno complesso emerso dall’interazione graduale di molteplici fattori cognitivi, sociali e biologici. Concludo sostenendo che il modello narrativo di Ferretti, per quanto stimolante, risulti riduttivo e non sufficientemente fondato per rendere conto della complessità del linguaggio umano.Parole chiave: Narrazione; Evoluzione del linguaggio; Pantomima; Modello mosaicista; Comunicazione persuasiv

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