L\u2019intervento prende in esame la novella di madonna Filippa di Giovanni Boccaccio (Decameron VI 7): la protagonista \ue8 una donna colta in adulterio che, condotta in tribunale, riesce con la propria sagacia a evitare la condanna a morte prevista dallo statuto del comune di Prato e a far modificare lo statuto stesso. Nella critica si individuano posizioni molto diverse sull\u2019interpretazione della novella: mentre secondo letture recenti Boccaccio evidenzierebbe i rischi insiti nell\u2019esercizio dell\u2019eloquenza e nella pratica giuridica, il contributo intende mostrare che la novella mette in scena un meccanismo sociale di ripensamento e adattamento delle norme alle diverse circostanze. Grazie al discorso di Filippa, che culmina in una battuta estremamente argita, la comunit\ue0 di Prato si rende conto della necessit\ue0 di modificare la legge, sostituendo al rispetto inflessibile di principi astratti un diritto fondato sul riconoscimento di inclinazioni naturali e sull\u2019indulgenza nei confronti di errori umani. In questa come in altre novelle del Decameron, l\u2019uso sagace della parola appare un potente fattore di trasformazione della societ\ue0