Università degli studi di Sassari, [Dipartimento di Scienze umanistiche e dell’antichità] – Edizioni Gallizzi
Abstract
Nello stile platonico 'riuscito' c'è come una «patina d'antico»: così ho tradotto l'espressione ó πίνoς ó της άρχαιóτητoς; πίνoς non è un termine facile; in altri autori, senza che abbia nulla a che vedere con lo stile, è usato nel senso di «sporcizia, untuosità» oppure «coloratura». Il primo ad usarlo in senso stilistico è Cicerone, ma non ne ricaviamo nulla di preciso. E nemmeno dai pochissimi autori posteriori, in cui il termine è comunque, come in Dionisio, collegato ad un tipo di letteratura che 'sa d'antico'.
Il senso di ‘patina’ soddisfa anche perché l'immagine di Dionisio nel trattato Su Demostene, la più complessa dove ricorra il termine πίνoς, si concentra sulla superficie dello stile, che è paragonata ad un prato d'erba appena appena mosso dalla brezza, una superficie solo in apparenza uniforme, in realtà viva di impercettibili movimenti, tra fili d'erba
e fiori che nella distesa si confondono.
Più tardi l'abate Charles Batteux nella sua traduzione del De composizione verborum (1788) rendeva con esattezza il termine: «specie di ruggine o di vernice antica». Ed in nota aggiungeva: «è il gusto dell'antico, il sapore dell'antico».
Ai dotti francesi, anche a Batteux che ci era andato molto vicino con la traduzione, non venne in mente il paragone con l'antica statuaria, ossia la scultura in bronzo, nella quale la «patina», la «sporcizia» che si forma sul
metallo indica l'antichità delle statue. Quest'analogia con la statuaria è invece alla base delle spiegazioni del termine date dai commentatori moderni.
Il paragone col bronzo, però, è solo uno dei possibili. A questo passo si dedicò Johann Heinrich Winckelmann, la cui spiegazione è del tutto negletta, e che qui invece si vuole ricordare, e non solo per amore d'erudizione