research

Moshe Kahn traduttore di <i>Ragazzi di vita</i> di Pier Paolo Pasolini: tra strategie traduttive e considerazioni metalinguistiche

Abstract

È fuori dubbio che ogni lettura di un testo avvia nel ricevente automaticamente un processo interpretativo inteso, nel senso più ampio del termine, come processo ermeneutico. Anche il traduttore, benché legga un determinato testo già in prospettiva alla mediazione che dovrà effettuare, ossia analizzandolo, non può sottrarsi a questo automatismo. Di conseguenza, ogni traduzione è necessariamente un’interpretazione, legata alla dimensione soggettiva della personalità del traduttore: capacità intellettuali, carattere, cultura, provenienza, padronanza linguistica sia della lingua straniera sia della lingua madre ecc. A questi condizionamenti soggettivi del processo ermeneutico è esposto a sua volta chi effettua la critica di una traduzione, e proprio in considerazione di questa inevitabile e generale limitatezza umana il critico può – e deve – esprimere soltanto un giudizio relativo sulla traduzione, motivando sempre il suo giudizio sia positivo che negativo, ed evitando giudizi sommari quali “ottima traduzione”, “traduzione congeniale” o “traduzione impacciata” (cfr. Reiß 1971: 106-109). L’analisi delle strategie adoperate da Moshe Kahn nella traduzione di Ragazzi di vita evidenzia che queste sono strettamente legate ad una personale concezione metalinguistica del traduttore e, in qualunque modo la si voglia considerare, l’opera traduttiva di Moshe Kahn ci ricorda che la traduzione letteraria è una vicenda culturale creativa e umana, e non può essere ricondotta ad un anonimo procedimento meccanico

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