research

<i>Initia Urbis</i>. La fondazione di Roma tra teologia e diritto nei poeti dell'epoca di Augusto (Virgilio e Ovidio)

Abstract

Nella sua monografia dedicata alla fondazione di Roma, Alexandre Grandazzi sostiene che gli antichi romani ebbero coscienza del «recommencement perpétuel» che aveva caratterizzato la storia della loro città, in ragione delle varie ‘fondazioni’ di cui essa era stata oggetto in epoche diverse. Ugualmente connesso, sul piano della religio, ad una nuova fondazione di Roma appare lo stesso Augusti cognomen attribuito ad Ottaviano nel 27 a.C., quando in Senato prevalse la proposta di Munazio Planco su quanti ritenevano che lo si dovesse chiamare invece Romolo. Dal passo di Svetonio, che ci riferisce nel dettaglio l’episodio, apprendiamo che quel nome fu scelto ispirandosi al noto verso, con cui il poeta Ennio aveva cantato l’antichissima fondazione dell’Urbe: Augusto augurio postquam inclyta condita Roma est. Invero l’esempio di Augusto è particolarmente calzante anche agli affetti del nostro discorso; in quanto la sua presenza nella storia di Roma rappresenta per poeti e storiografi dell’epoca l’angolo di osservazione imprescindibile da cui rimodellare la tradizione (mitica, religiosa e giuridica) della fondazione di Roma. Non è certo una novità, sostenere la tesi che negli scrittori dell’età augustea (o meglio ancora nell’ideologia che presiedeva alla ‘restaurazione’ augustea) il motivo storiografico dell’antichissima fondazione della urbs Roma si saldava indissolubilmente con il presente: sia con le giustificazioni religiose insite nella concezione provvidenziale e universalistica dell’impero ‘mondiale’ dei Romani, sia col mito dell’eternità di Roma. Questo è, dunque, il punto di partenza necessario per trattare di alcuni autori augustei (Virgilio e Ovidio): per intendere al meglio le peculiarità delle ricostruzioni proposte, in aderenza alle realtà giuridica e religiosa elaborate dai sacerdoti nel corso dell’età repubblicana

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