In un’era digitale, il confine tra umano e macchina si fa sempre più indistinto, portando inevitabilmente a domandarsi cosa significhi essere umano. Le predizioni del futuro estrapolate dalle tendenze scientifiche del presente che caratterizzavano i romanzi della "science fiction" degli anni ‘50 sono ormai diventate una realtà e risentono, persino in età contemporanea, dell’influenza che la corrente New Wave ha diffuso nella seconda metà del ventesimo secolo: la necessità di allontanarsi dal fascino del mondo distopico per indagarne le ripercussioni sociali e politiche dal punto di vista dell’individuo. All’interno del genere della "soft science fiction", sostenuta dai movimenti della "counterculture" americana e da alcuni fallimenti in campo scientifico, si inserirono numerosi autori, come Ursula Le Guin e Philip Dick, che furono capaci di sfruttare la flessibilità del genere per esplorare la dimensione sociale e la psicologia dell’individuo. Dick, in particolare, fu il primo autore ad attirare l’attenzione nei confronti del “post-human subject”, l’androide, in grado di manifestare un’umanità maggiore degli umani da cui è stato creato. La soglia viene però oltrepassata dalla figura del clone, un “doppio” identico all’originale che racchiude artificialità e biologia, priva della matrice meccanica del replicante. Dall’interesse che le biotecnologie hanno dimostrato nei confronti delle pratiche di clonazione, dall’esperimento sulla pecora Dolly in poi, questa tesi vuole concentrarsi sulla dimensione etica e ontologica occupata dai cloni del romanzo "Never Let Me Go" di Kazuo Ishiguro, pubblicato nel 2005. Il primo capitolo presenta una panoramica sul genere della science fiction, con un particolare accento sui sottogeneri della distopia e ucronia, a cui è possibile ascrivere l’opera di Ishiguro. Il secondo capitolo si concentra sull’analisi del dibattito legato alle pratiche di clonazione, prendendo in considerazione le teorie morali sfruttate nel tentativo di definire la dimensione etica del clone. Nel terzo capitolo, si fa riferimento alle prospettive dell’etica della cura, con degli esempi tratti dal testo "Oryx and Crake" di Margaret Atwood. Infine, il quarto capitolo si configura come un’analisi del romanzo di Ishiguro che, attraverso passaggi testuali, getta luce sulle tre aree affrontate nei capitoli precedenti