Il saggio "Natura vivente e natura inerte. Bergson e la tradizione del vitalismo francese" costituisce un capitolo di un volume collettaneo che ha per titolo "Metamorfosi delle differenze". Il saggio indaga una questione centrale del pensiero bergsoniano: la differenza, irriducibile a qualsiasi tipo di monismo, tra natura vivente e natura inerte, nel quadro di una filosofia biologica che sembra doversi attenere a un’euristica negativa, a dire cosa la vita non è, vista l’incapacità del linguaggio di significare tale differenza senza irrigidirla e travisarla. Per Bergson, l’intelligenza si rappresenta con chiarezza ciò che è discontinuo, immobile, morto, ma è caratterizzata da un’incomprensione naturale della vita; viceversa, l’intuizione può sì rappresentarsi la vita, ma il suo linguaggio resta inevitabilmente metaforico, intessuto d’immagini che rinviano a qualcosa d’altro. Proprio dalle pieghe del linguaggio metaforico scaturisce però la possibilità di un’euristica positiva del vivente e della differenza che vi si inscrive. Ricostruendo i legami tra Bergson e la tradizione del vitalismo francese, il saggio mostra infatti che in questa tradizione il ricorso a modelli metaforici permette di pensare la vita nella sua originalità, rendendola oggetto di una scienza autonoma e specifica. Non si tratta di abdicare al rigore filosofico o scientifico, ma semmai di raffinarlo, ammettendo che vi sono dei casi in cui è il linguaggio per immagini a parlare consapevolmente in modo proprio, e il linguaggio astratto a parlare inconsapevolmente in senso figurato