In questo articolo viene formulato un bilancio provvisorio sulle questioni di metodo legate alla microstoria (una delle correnti maggiori della storia sociale italiana, formatasi a partire dalla seconda metà degli anni ’70 attorno alla rivista Quaderni Storici). Questa pratica storiografica si presenta come una critica radicale del linguaggio storiografico convenzionale – i cui termini e concetti designerebbero realtà omogenee e autoevidenti (Stato, mercato, élite ecc.) – ma il suo contributo epistemico va compreso tendendo conto della revisione delle categorie di «continuità» e «normalità» che essa opera. Della prima si constata il carattere derivato e aposteriori (essenziale è il postulato della discontinuità tra le «scale» di rappresentazione); della seconda viene ugualmente contestato il carattere apriori (ciò che è vissuto come normale da un dato attore diviene visibile per lo storico in virtù della sua eccezionalità, in quanto interrompe o scarta la riproduzione delle norme sociali e riconfigura l’assetto delle fonti). L’articolo conclude che in entrambi i casi la microstoria ha dato un impulso imprescindibile alla razionalità del discorso storiografico, mostrando al contempo i propri limiti immanenti in quanto opzione metodologica che reagisce ad una determinata congiuntura culturale