La vicenda dei socialdemocratici italiani, sin dalla costituzione in partito, con la scissione di palazzo Barberini del gennaio 1947, è stata a lungo trascurata. Su questa damnatio memoriae ha pesato un insieme di pregiudizi ideologici, luoghi comuni storiografici, strumentale propaganda politica, accomunati in un giudizio liquidatorio che attribuiva al partito di Saragat (il PSLI, poi PSDI) la responsabilità di aver favorito la sconfitta del Fronte popolare nelle elezioni dell’aprile 1948 e, quindi, la pluridecennale egemonia democristiana e conservatrice. Secondo questa vulgata, i socialdemocratici, sostenendo il piano Marshall, promosso dagli Stati Uniti d’America, e collaborando al governo con De Gasperi, sin dal 1947, avrebbero operato un vero e proprio “tradimento” delle istanze dei ceti operai e popolari, con un “asservimento” alle politiche americane. Certo è che dopo le elezioni del 1948, e la successiva adesione al Patto atlantico nel 1949, la “scelta del campo occidentale” per l’Italia fu definitiva: Saragat e i socialdemocratici la sostennero con forza e convinzione, nonostante l’assenza dei socialisti di Nenni, schierati al fianco del PCI e dell’Unione Sovietica sino alla metà degli anni Cinquanta. Un legame, quest’ultimo, che – come è noto – impedì al PSI di partecipare al governo del paese negli anni della Ricostruzione e dell’integrazione europea (favorite, soprattutto, dagli aiuti statunitensi), quando l’Italia rialzò la testa dopo i drammi del fascismo e della guerra. Una valutazione superficiale e censoria ha riguardato le vicende dei socialdemocratici italiani anche negli anni Cinquanta e Sessanta, dall’incontro di Pralognan tra Saragat e Nenni (1956) sino alla partecipazione ai governi di centro-sinistra “organico” guidati da Moro (1963), in una vicenda politica che cominciò a delinearsi dalla seconda metà degli anni Cinquanta, avendo fra le sue premesse la scissione di palazzo Barberini.
Da quel momento in poi, infatti, l’impegno di Saragat e dei suoi compagni di partito fu volto alla riunificazione del socialismo italiano – sul modello delle socialdemocrazie europee – per enucleare il PSI di Nenni dal “frontismo” con i comunisti e farlo approdare alle rive della cultura occidentale
e socialista-liberale. Un impegno di lungo periodo, quello di Saragat e dei socialdemocratici italiani, durato un quindicennio, con l’obiettivo – avviata la Ricostruzione, attraverso i processi d’integrazione europea (grazie al piano Marshall, ritenuto dal PSLI indispensabile per la creazione degli Stati Uniti d’Europa) e atlantica (con l’adesione dell’Italia al sistema militare difensivo della degasperiano” – di condurre il sistema politico italiano verso una nuova e duratura configurazione, coinvolgendo, nel governo della Repubblica, quelle altre forze riformiste di sinistra, espressione più diretta delle classi lavoratrici messe a dura prova dagli scompensi sociali generati dal “miracolo economico”. Così, nel biennio 1962-1963, come in quello 1947-1948, il sistema politico italiano segnò una svolta fondamentale – verso il consolidamento di libere istituzioni democratiche e di un’economia sociale di mercato, in direzione europeista e atlantista – nella quale i socialdemocratici di Saragat furono attivi protagonisti. L’“autonomismo” socialista, affermato, infine, da Nenni – con il sostegno alla formula del centro-sinistra e la partecipazione ai governi Moro –, era già nato e cresciuto da tre lustri fra le file del PSDI e il PSI lo faceva proprio, rompendo il legame con i comunisti e rendendosi disponibile al difficile governo di una società capitalistica avanzata. Questo processo di riavvicinamento fra le due anime del socialismo italiano culminò, poi, nell’elezione di Saragat a Presidente della Repubblica (1964), determinate per la successiva – seppur breve – riunificazione socialista del 1966. A quindici anni dalla scissione di palazzo Barberini, gran parte del PSI condivise le posizioni dei socialdemocratici di Saragat
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