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Lo sguardo femminile nell'Inghilterra tra Seicento e Settecento: appropriazione, de-costruzione e ri-mediazione dell'incontro con l'altro

By Golinelli Gilberta

Abstract

Muovendo dalla convinzione che l’identità sia un qualcosa ‘in divenire’ costruita non solo attraverso l’incontro/scontro con l’altro, ma grazie anche ad una continua performance che il soggetto assume a seconda dello spazio, privato o pubblico, che occupa e, come ci insegna oggi l’idea di intersezionalità, geopolitico a cui appartiene, il mio studio si interroga su come leggere oggi l’atteggiamento di alcune scrittrici nei confronti della rappresentazione dell’alterità in alcune delle sue diverse declinazioni. In particolare il contributo esplora come Aphra Behn e Lady Mary Wortley Montagu, tra la seconda metà del seicento (Behn) e le prime decadi del settecento (Montagu), dialogano con una produzione letteraria maschile, soprattutto quella dei resoconti di viaggio, dove, come ricorda Stephen Greenblatt il processo di “Self-fashioning”, dunque il modellamento e la costruzione dell’identità del soggetto, si ottiene solo “in relation to something perceived as alien, strange, or hostile […] that must be discovered or invented in order to be attacked and destroyed.” .Mi concentrerò sulla rappresentazione dell’Oriente esplorando alcuni esempi che riguardano la ri-mediazione e/o decostruzione di luoghi e tradizioni da sempre emblematiche di una sua visione monolitica: l’otan nella novella Oroonoko or the Royal Slave, significativamente indicata come ‘A True History’ di Behn (1688), ed il seraglio descritto nelle Turkish Embassy Letters di Montagu (composte tra il 1716-1718, ma pubblicate postume nel 1763). I 'luoghi' esplorati nel saggio non sono solo spazi che maggiormente esprimono la ricchezza, la sensualità, ma anche la crudeltà e il dispotismo ‘orientali’, riportati fin dai primi resoconti di viaggio, ma sono soprattutto luoghi in realtà proibiti allo sguardo dei viaggiatori e, per questo, spesso costruiti attraverso fantasie e dunque ‘racconti’ sulla (non) libertà, l’erotismo ed in generale la sessualità delle donne che vi sono rinchiuse. Al centro dell'indagine vi è quindi non solo il modo in cui queste due scrittrici, in quanto donne, partecipano ad una produzione letteraria che si fonda su stereotipi, binarismi e separatismi in parte già consolidati, quanto piuttosto se, e se sì come, i loro contributi si inseriscono in o, precedendola, complicano quella “set of references” o quel discorso culturale che, come ricordava Edward Said nel suo controverso studio sull’orientalismo, proprio a partire però dalla fine del settecento: “is less a place than a topos, […] that seems to have its origin in a quotation, or a fragment of a text, or a citation from someone’s work on the Orient, or some bit of previous imagining, or an amalgam of all these." Mi concentrerò sulla rappresentazione dell’Oriente esplorando alcuni esempi che riguardano la ri-mediazione e/o decostruzione di luoghi e tradizioni da sempre emblematiche di una sua visione monolitica: l’otan nella novella Oroonoko or the Royal Slave, significativamente indicata come ‘A True History’ di Behn (1688), ed il seraglio descritto nelle Turkish Embassy Letters di Montagu (composte tra il 1716-1718, ma pubblicate postume nel 1763

Topics: Alterità, rimediazione, studi di genere e delle donne, letteratura femminile, Oriente
Publisher: Minerva
Year: 2019
OAI identifier: oai:cris.unibo.it:11585/718431
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